La recente decisione della Spagna di adottare un ampio programma strutturale di regolarizzazione dei lavoratori migranti irregolari rappresenta una scelta politica di grande lucidità istituzionale e di realismo economico. Essa riconosce un dato che molte economie europee continuano a rimuovere: la presenza stabile di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri già inseriti nei sistemi produttivi, spesso in condizioni di irregolarità amministrativa, non è un’anomalia temporanea ma una componente strutturale dei mercati del lavoro contemporanei.

L’Italia, oggi più che mai, dovrebbe trarre insegnamento da questa impostazione.

Il nostro Paese continua infatti ad affidare la regolazione degli ingressi lavorativi quasi esclusivamente al meccanismo del decreto flussi, uno strumento che negli anni ha dimostrato limiti strutturali evidenti: tempi amministrativi incompatibili con le esigenze reali delle imprese, programmazione quantitativa sganciata dai fabbisogni effettivi del sistema produttivo, procedure informatiche che favoriscono intermediazioni opache e una distanza crescente tra domanda reale di lavoro e canali legali di ingresso.

Le recenti misure di semplificazione introdotte dal governo italiano, pur animate dall’intento di rendere più efficiente il sistema, hanno prodotto in molti casi un effetto paradossale: l’espansione di fenomeni elusivi e truffaldini che colpiscono direttamente i lavoratori migranti. Oggi è ampiamente documentato un crescente contenzioso relativo all’attività di intermediari che, a fronte del pagamento di somme anche superiori ai 10-15 mila euro, promettono ingressi legali formalmente collegati a offerte di lavoro che, nella realtà, non garantiscono alcuna concreta prospettiva occupazionale.

Il risultato è duplice: da un lato, lavoratori che giungono in Italia privi di reali opportunità di inserimento; dall’altro, un aumento significativo del ricorso alla domanda di protezione internazionale come unico strumento praticabile per ottenere una temporanea regolarizzazione del soggiorno e poter lavorare. Ciò genera un contenzioso amministrativo e giudiziario enorme, spesso privo di reale fondamento sostanziale, che finisce per congestionare ulteriormente le Commissioni territoriali e le aule dei tribunali, distogliendo risorse da chi necessita effettivamente di protezione.

In questo quadro, l’introduzione anche in Italia di uno strumento permanente e strutturale di regolarizzazione amministrativa, collegato all’effettivo inserimento lavorativo, non rappresenterebbe una concessione emergenziale ma una misura di buon governo dei fenomeni migratori e del mercato del lavoro. Una simile soluzione consentirebbe di far emergere lavoro sommerso, rafforzare le entrate contributive e fiscali, ridurre l’area dello sfruttamento e riportare trasparenza in filiere produttive che oggi operano spesso in condizioni di opacità.

Tale strumento dovrebbe operare in parallelo a una vera riforma dei canali di ingresso programmato, valorizzando pienamente le opportunità già previste dagli articoli 23, 24 e 27-quinquies del Testo Unico Immigrazione, che consentono percorsi di formazione e reclutamento nei Paesi di origine. Tuttavia, finché organizzazioni datoriali, enti di formazione e istituzioni territoriali non avranno costruito un sistema stabile ed efficiente di selezione, formazione linguistica e professionale e inserimento lavorativo all’estero, il decreto flussi continuerà inevitabilmente a funzionare come uno strumento amministrativo fragile e facilmente aggirabile.

L’esperienza spagnola dimostra che integrazione e regolarità amministrativa non sono politiche “permissive”, ma strumenti di governo responsabile dell’economia e della coesione sociale. Continuare a ignorare la presenza di centinaia di migliaia di lavoratori già radicati nel nostro tessuto produttivo significa alimentare irregolarità, contenzioso inutile e sfruttamento, senza alcun reale beneficio per la sicurezza o per il mercato del lavoro.

Per queste ragioni, come CADUS riteniamo che il tempo delle sanatorie episodiche debba lasciare spazio a un meccanismo permanente di emersione e regolarizzazione, accompagnato da un serio investimento pubblico-privato nei canali di formazione e reclutamento internazionale. Solo così l’Italia potrà trasformare un problema amministrativo cronico in una leva di sviluppo, legalità e inclusione sociale.