Il mondo sembra attraversare una fase storica in cui la guerra torna a imporsi prepotentemente come strumento ordinario di regolazione dei conflitti geopolitici. Gli ultimi sviluppi in Medio Oriente ne sono la dimostrazione più drammatica: l’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti contro l’Iran ha inaugurato una nuova fase di guerra aperta nella regione, con raid su obiettivi militari e politici iraniani e una vasta rappresaglia di Teheran che ha colpito Israele e diverse basi statunitensi nel Golfo e non solo, molti obiettivi, anche civili (tra cui hotel e aeroporti internazionali civili), quindi meglio non specificare.
Il conflitto ha già prodotto centinaia di vittime e destabilizzato ulteriormente una regione cruciale per l’equilibrio energetico mondiale, mentre lo Stretto di Hormuz – arteria fondamentale del commercio globale – è diventato un ulteriore punto di crisi strategica.
Ma questa escalation non è un evento isolato. Essa si colloca dentro una stagione globale segnata da conflitti simultanei e da un progressivo indebolimento delle istituzioni multilaterali che nel secondo dopoguerra avevano cercato di costruire un ordine internazionale fondato su regole condivise.
La guerra tra Russia e Ucraina continua a produrre devastazioni nel cuore dell’Europa; nuove tensioni armate si sviluppano tra Pakistan e Afghanistan; e operazioni militari unilaterali, come quella condotta dagli Stati Uniti in Venezuela con il rapimento del presidente Nicolás Maduro durante un’azione militare nel gennaio scorso, hanno introdotto precedenti che scuotono profondamente la credibilità del diritto internazionale contemporaneo.
Di fronte a questo scenario, appare evidente che la fragile architettura del diritto internazionale costruita sotto l’egida delle Nazioni Unite è oggi sottoposta a una pressione senza precedenti.
Emerge con forza il ritorno a una concezione arcaica delle relazioni internazionali: quella in cui il diritto non precede e orienta l’azione degli Stati, ma arriva soltanto dopo le operazioni militari, come certificazione giuridica dei rapporti di forza che esse hanno prodotto.
In altre parole, il diritto internazionale rischia di essere ridotto a una mera formalizzazione dell’esito della guerra.
Per chi come noi opera nel campo dei diritti umani, questa deriva rappresenta un campanello d’allarme drammatico. Non si tratta soltanto di una questione giuridica, ma di un problema di civiltà politica. Se il diritto smette di essere il limite alla forza e diventa invece il suo strumento di legittimazione ex post, allora si aprono spazi enormi per l’arbitrio, per l’abuso e per la normalizzazione della violenza nelle relazioni internazionali.
Come avvocati che lavorano e si impegnano affinchè vengano sempre rispettati i diritti umani sappiamo bene che i principi e le regole non operano soltanto attraverso la sanzione. Essi svolgono una funzione ancora più profonda: orientano l’agire collettivo, stabiliscono ciò che una comunità internazionale considera legittimo e ciò che invece deve restare fuori dal perimetro dell’accettabile.
Quando questa architettura normativa viene progressivamente erosa, non è soltanto il diritto internazionale a vacillare: è l’idea stessa di razionalità politica che regge le società
contemporanee.
Per questa ragione sentiamo oggi il dovere di rivolgere un appello all’avvocatura, alle istituzioni giuridiche e alla comunità accademica. In un momento storico in cui il linguaggio della forza torna a dominare la scena internazionale, la difesa dei principi fondamentali del diritto internazionale – il divieto di aggressione, la tutela dei civili, il rispetto della sovranità degli Stati, il primato delle sedi multilaterali – diventa una responsabilità etica e professionale ancora più stringente.
Non possiamo limitarci a osservare passivamente il progressivo svuotamento di queste regole.
Occorre invece rilanciare con forza una cultura giuridica capace di ricordare che la funzione primaria del diritto internazionale non è giustificare la guerra, ma impedirla.
È in questo spazio che l’avvocatura dei diritti umani è chiamata a svolgere un ruolo decisivo.
Difendere i principi del diritto non significa ignorare la complessità dei conflitti geopolitici; significa piuttosto custodire le fondamenta normative che permettono alla comunità internazionale di non scivolare verso una logica permanente di conflitto.
Perché una società che voglia davvero dirsi civile – a livello locale, nazionale e globale – non può rinunciare al primato del diritto sulla forza.
Ed è proprio nei momenti più bui della storia che questa convinzione deve essere difesa con maggiore determinazione.